Una riflessione su immigrazione e razzismo: raccogliamo ciò che seminiamo

Le nazioni europee che chiudono i porti continuano a depredare l’Africa

di Giovanni Sgrò*

Un italiano pesantemente insultato da un inglese sul metrò di Londra: “Tornatene nel tuo fottuto paese. Tornatene nella giungla”. A San Siro, durante la partita tra Inter e Napoli, ululati dei tifosi nerazzurri contro i calciatori partenopei. Intanto, il ministro Salvini (che chiede di perdonare gli ultrà interisti) continua a chiudere i porti ai profughi che arrivano dall’Africa. Nonostante ciò, il numero di persone arrivate in Europa via mare nel 2018 è stato pari a 114.941 (report della United Nations Refugee Agency).

Quattro “fotografie” che mi dicono due cose: 1) tutti, anche noi, possiamo essere potenziali vittime di razzismo e discriminazioni; 2) l’esodo di  disperati nel Mediterraneo non si ferma, nonostante gli slogan e i proclami del Governo. Perchè?

Parto dal primo punto. Gli italiani all’estero hanno sempre subito l’umiliazione della xenofobia. Questo però, a quanto pare, non ci ha insegnato niente. Noi stessi siamo capaci di dividerci tra Nord e Sud, tra milanesi e napoletani, ecc. E non solo nello Sport. Una fugace analisi del quadro occupazionale, economico e politico del nostro Paese ci fa capire quante e quali siano le differenze ancora oggi “imposte” ai meridionali per qualità della vita, servizi, infrastrutture e tanto altro. Eppure tutti paghiamo le tasse allo stesso modo, a Bolzano come a Vibo Valentia. Ma qui riceviamo ben poco in cambio. Eppure, non sento porre la questione, in maniera seria, da nessuno. In primis dai nostri parlamentari eletti.

Secondo punto: la cosiddetta “emergenza immigrazione”. Qualche tempo fa ho visitato una grande città commerciale olandese. Ho visto partire e arrivare migliaia e migliaia di container. Con senso di smarrimento (pari allo sgomento che mi ha suscitato la visita al Museo Egizio di Torino, di fronte a quei tesori d’arte depredati e razziati dai colonizzatori europei) ho capito che trasportavano ricchezza. Oro, diamanti, legno, caffé, petrolio, materie prime che arrivavavano dall’Africa. Quello stesso continente che ci rimanda pesantemente indietro il conto, sotto forma di barconi alla deriva, con donne e bambini in fuga dalla miseria. I numeri parlano chiaro: 18 dei 20 Paesi più poveri in tutto il mondo sono africani. Eppure Nigeria, Angola, Algeria e Libia producono, solo loro, gran parte di tutto il greggio a livello globale. Dalla Namibia arriva l’uranio. Da Congo e Sierra Leone  bauxite e manganese. L’estrazione sfrenata di minerali, petrolio e gas sconvolge deserti e foreste.  Amnesty International ha segnalato la presenza di gigantesche miniere con migliaia di schiavi africani, molti dei quali bambini tra i 7 e i 12 anni, che estraggono minerali preziosi in condizioni disperate. A tutt’oggi, dunque, le nazioni del ricco Occidente, inclusa l’Italia, che chiudono i porti ed erigono muri, continuano a depredare le materie prime della stessa Africa, salvo poi gettare a mare chi ci chiede un pezzo di pane e un tetto sulla testa.

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